mercoledì 21 giugno 2017

2017 20 GIUGNO PENALE SENT. SEZ. 1 NUM. 30323 ANNO 2017 PRESIDENTE: CORTESE ARTURO RELATORE: SANDRINI ENRICO GIUSEPPE DATA UDIENZA 06 10 2016 CORTE DI CASSAZIONE INAMMISSIBILITA’ SENTENZA 4 2014 CORTE ASSISE PALERMO OMICIDIO MAFIOSO DI VINCENZO ENEA BRUNO FRANCESCO





2017
 20 GIUGNO Penale Sent. Sez. 1 Num. 30323
Anno 2017 Presidente: CORTESE ARTURO Relatore: SANDRINI ENRICO GIUSEPPE   Data Udienza 06 10 2016 Corte di Cassazione

INAMMISSIBILITA’ SENTENZA 4 2014 CORTE ASSISE PALERMO OMICIDIO MAFIOSO DI
VINCENZO ENEA  BRUNO FRANCESCO   

SENTENZA sul ricorso
proposto da:

BRUNO FRANCESCO N. IL
27/05/1951 avverso la sentenza n. 4/2014 CORTE ASSISE APPELLO di PALERMO, del
19/02/2015 visti gli atti, la sentenza e il ricorso udita in PUBBLICA UDIENZA
del 06/10/2016 la relazione fatta dal Consigliere Dott. ENRICO GIUSEPPE
SANDRINI Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. MARIA FRANCESCA LOY
che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso  

L’Avvocato Luigi Pace per
la parte civile ENEA PIETRO si associa alle conclusioni del Procuratore  Generale dichiarando che ai ricorso sia
dichiarato inammissibile in subordine rispettato

L’avvocato Marchi per le altre parti civili si associa
L’Avvocato Luciano Termini, difensore dell’imputato
chiede l’accogliento dei motivi del ricorso ai quali si riporta

L’Avvocato Gioacchino Sbacchi, difensore dell’imputato,
chiede l’accoglimento del ricorso

Udito, per la parte civile, l'Avv
Udit i  i
difensori  Avv

RITENUTO IN FATTO 1. Con
sentenza pronunciata il 19.02.2015 la Corte
d'assise d'appello di Palermo ha confermato la sentenza
in data 22.05.2013
con cui il GIP del Tribunale di Palermo, all'esito di
giudizio abbreviato, aveva condannato Bruno Francesco alla
pena di anni 30 di reclusione, oltre pene e
statuizioni accessorie e oltre alle pronunce risarcitorie in favore delle parti
civili costituite, per il delitto di omicidio di Enea
Vincenzo
, aggravato dalla premeditazione e dall'aver commesso il fatto,
in concorso con altri, durante la latitanza conseguente a mandato di cattura
emesso nei suoi confronti. L'omicidio era stato commesso poco prima delle 8.00 del mattino dell'8.06.1982 in Isola
delle Femmine, davanti al lido balneare "Villaggio Bungalow",
di
proprietà della vittima, dove il cadavere dell'Enea era stato rinvenuto attinto
da numerosi colpi d'arma da fuoco. Le fonti di
prova della responsabilità dell'imputato, valorizzate dalla sentenza d'appello,
sono costituite essenzialmente dalle dichiarazioni del
figlio della vittima, Enea Pietro, corroborate da quelle dei collaboratori di
giustizia Mutolo Gaspare, Onorato Francesco e Naimo Rosario
, che avevano
reso in tempi diversi propalazioni de relato sulla causale del delitto e sui
suoi autori (provenienti tutte da soggetti intranei all'associazione mafiosa e
occupanti nella stessa un ruolo di primo piano), nonché dai riscontri tratti
dalle dichiarazioni di altri familiari della vittima e dagli accertamenti di
p.g.. Enea Pietro, che all'epoca collaborava col
padre nella sua attività di imprenditore edile, aveva riferito ai carabinieri
nell'immediatezza del fatto che la mattina del delitto, dopo essere uscito a
pesca verso le 6.00, nel passare davanti al bungalow dove doveva incontrare il
padre, aveva notato ferma a circa 200 metri
dall'ingresso una vettura Fiat 124 di colore bianco
, che non aveva più
rivisto quando era ripassato sui luoghi dopo circa dieci minuti, allorché aveva
trovato il cadavere del padre appena ucciso;
in tale occasione aveva
precisato, senza tuttavia voler verbalizzare - allora - le sue dichiarazioni,
che a bordo della Fiat 124 vi erano quattro persone, di
una delle quali aveva descritto le fattezze, che lo avevano guardato con
circospezione, una anche additandolo agli altri occupanti della vettura.
La
reticenza inizialmente dimostrata da Enea Pietro era stata attribuita dai
carabinieri al clima di intimidazione e di omertà che
aveva caratterizzato fin dall'inizio le indagini
, condizionando anche
l'atteggiamento dichiarativo del teste e inducendolo a non collaborare per
timore di ritorsioni in danno dei propri familiari; la verosimile causale
dell'omicidio era stata individuata nell'attività di impresario edile della
vittima e nei contrasti insorti con gli interessi di soggetti appartenenti alla
criminalità organizzata operanti nel settore.
Enea Pietro aveva reso
nuove dichiarazioni il 9.05.2000, nelle quali
precisava di aver riconosciuto senza ombra di dubbio, tra le persone presenti a
bordo della Fiat 124 (indicata come di colore beige) che aveva visto nei pressi
del villaggio bungalow verso le 7.30 del mattino del
giorno in cui il padre era stato ucciso, Bruno Francesco, all'epoca latitante,
il quale lo aveva salutato
; indicava il movente dell'omicidio nelle
attività imprenditoriali del padre, che aveva rifiutato
la proposta dell'imputato di diventare suo socio occulto per consentirgli di
investire denaro nell'edilizia, nonché nel contrasto insorto con la società
BBP, costituita da Bruno Giuseppe, Bruno Pietro (entrambi parenti
dell'imputato) e Pomerio Giuseppe, proprietaria di un fabbricato denominato
Costa Corsara edificato su un terreno limitrofo a quello sul quale Enea
Vincenzo aveva costruito una palazzina, di cui non riusciva a vendere gli
appartamenti perché il fabbricato della BBP aveva ecceduto la cubatura
consentita,
appropriandosi di un terreno che doveva costituire oggetto
di permuta con l'Enea e impedendo così il perfezionamento del negozio, fino a
provocare il fallimento dell'impresa della vittima;

nel corso della
conseguente lite giudiziaria con la BPP, Enea Vincenzo
aveva subito atti intimidatori, come incendi e danneggiamenti, che lo avevano
indotto ad avvicinarsi, per tentare una mediazione, all'imprenditore edile
D'Agostino Benedetto, a sua volta ucciso
. Enea
Pietro
riferiva altresì di essere stato minacciato
di morte
a seguito della ricerca di informazioni sull'omicidio del
padre, in particolare mediante una telefonata anonima ricevuta dalla madre, che
lo avevano indotto ad allontanarsi da Isola delle Femmine per timore di
ritorsioni;

le minacce subite avevano
trovato conferma nelle dichiarazioni dei familiari dell'Enea (la madre, le sorelle,
il fratello), che avevano riferito di aver appreso dal loro congiunto il
coinvolgimento dell'imputato nel delitto, nonché le relative causali nella lite con la società BPP e le intimidazioni
subite da Enea Vincenzo prima di essere ucciso
. Mutolo
Gaspare
, nelle conformi dichiarazioni da lui rese il 14.07.1993 e il
7.05.2010, aveva riferito che l'omicidio dell'Enea era stato deciso perché la
vittima non rispettava le sollecitazioni della famiglia mafiosa locale,
capeggiata da Riccobono  Rosario, e di aver appreso dal Riccobono e da altri sodali le relative modalità
organizzative ed esecutive in occasione di riunioni avvenute il giorno
precedente e nella stessa tarda mattinata del delitto nella
villa del Riccobono
, venendo a conoscenza che del gruppo di fuoco aveva
fatto parte l'imputato. Onorato Francesco aveva
riferito a sua volta di aver appreso dal Riccobono che
Bruno Francesco era un soggetto a lui vicino negli anni 1982-1983, attivo nella
zona di Isola delle Femmine, e che l'omicidio dell'Enea era stato voluto dalla
famiglia mafiosa locale, e tra gli altri anche dal Bruno, perché la vittima
disturbava gli affari mafiosi nel settore dell'edilizia
.

Anche Naimo
Rosario aveva riferito informazioni apprese in diverse occasioni e da diversi
soggetti sulla causale dell'omicidio, dovuto a motivi di costruzioni, di
terreni e di soldi, e sulla sua riconducibilità a una decisione della famiglia
mafiosa locale, capeggiata dal Riccobono
, persona con la quale
l'imputato, molto considerato nell'ambito di cosa nostra, era a diretto
contatto;

la decisione di uccidere
Enea era stata presa senza avvertire il vertice
dell'organizzazione mafiosa,
come il Nainno aveva appreso direttamente
da Riina Salvatore in occasione di un incontro nel 1985;

il collaboratore aveva
altresì appreso da Troja Antonino che questi
aveva ucciso l'Enea, insieme al Bruno e ad altri soggetti, per ordine del
Riccobono. La Corte territoriale rilevava che le
dichiarazioni testimoniali di Enea Pietro non necessitavano di riscontri, una
volta positivamente superato il vaglio di credibilità e di intrinseca
attendibilità
;

che non era emerso alcun
motivo per cui l'Enea dovesse calunniare l'imputato, a distanza di 18 anni dal
delitto e dopo aver lasciato definitivamente i luoghi, quando il clima
intimidatorio era ormai superato;
che la reticenza iniziale
dell'Enea trovava logica spiegazione nelle minacce subite e nel timore di
ritorsioni verso i familiari;
che il particolare sulla
presenza in loco della Fiat 124 era stato riferito agli inquirenti fin
dall'inizio;
che il timore nutrito nei
riguardi del Bruno era giustificato dalla sua caratura criminale di
appartenente al clan mafioso del Riccobono, all'epoca ricercato per un altro
omicidio da lui commesso;
che le divergenze
riscontrabili rispetto alle primigenie dichiarazioni del'Enea erano minimali e
spiegabili col decorso del tempo;

che il movente
dell'omicidio indicato dall'Enea aveva trovato riscontro nelle indagini di
p.g., anche con riguardo alla controversia insorta con
la BPP e alle ragioni della stessa
;

che le dichiarazioni dei
collaboratori di giustizia realizzavano la convergenza del molteplice e
provenivano da soggetti la cui credibilità era stata verificata in numerosi
processi, mentre gli aspetti di genericità del loro propalato trovavano
spiegazione nella natura de relato delle dichiarazioni e nell'assenza di
diretta partecipazione al delitto.

2. Ricorre per cassazione Bruno Francesco, a mezzo dei difensori, deducendo
con unico motivo violazione di legge e vizio di motivazione, in relazione agli
artt. 546, 125, 192, 530 cod.proc.pen., 110, 575, 99 cod.pen..
Il
ricorso deduce la nullità assoluta della sentenza impugnata per inesistenza di una valida motivazione, essendosi il giudice
d'appello limitato alla pedissequa ripetizione delle argomentazioni del GUP,
rispetto alle quali l'unico elemento di difformità era costituito dalla diversa
valutazione dell'apporto fornito dai collaboratori di giustizia Mutolo, Onorato
e Nainno
. Dopo aver riportato la sequenza e i contenuti delle
dichiarazioni rese dal figlio della vittima, Enea Pietro, segnalandone gli
aspetti contraddittori e inattendibili, Lr/   

il ricorso rileva che la
sentenza d'appello aveva omesso di considerare che l'Enea, nelle sue
dichiarazioni iniziali oggetto della confidenza non verbalizzata, aveva
identificato il soggetto descritto come uno degli occupanti della vettura Fiat
124 che aveva notato in sosta verso le 7.30 del mattino, poco prima del
delitto, presso i bungalow dove era stato commesso l'omicidio, in un giovane
che due settimane prima si era intrattenuto a parlare con l'amico Cardinale Antonino nel bar "La plaia" di
Isola delle Femmine
, individuato dalla p.g. in Fanara
Giuseppe
, del quale l'Enea aveva successivamente ritrattato
l'identificazione;

deduce l'assenza di
riscontri dell'attribuzione della ritrattazione dell'Enea a un clima di omertà
e intimidazione smentito dallo stesso teste;

rileva l'inconsistenza del
movente del delitto indicato dal Mutolo a molti anni di distanza sulla base di
pretese informazioni de relato;

evidenzia le divergenze
riscontrabili nelle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e censura
l'avvenuto riconoscimento dell'imputato, da parte dell'Enea, a diciotto anni di
distanza dall'omicidio, dopo aver serbato un lungo e ingiustificato silenzio,
nonostante il Bruno fosse persona da lui sicuramente conosciuta.
Il ricorso riporta le
censure dedotte nei motivi d'appello alle quali la sentenza impugnata non aveva
dato risposta;

contesta l'affermazione
della Corte territoriale secondo cui i motivi di gravame si erano limitati a un
esame parcellizzato dei singoli elementi di prova senza considerare la valenza
di prova testimoniale che doveva riconoscersi alle dichiarazioni di Enea
Pietro, non necessitanti di riscontri esterni una volta superato il vaglio di
credibilità;

richiama la contestazione
articolata e globale degli argomenti che il giudice di primo grado aveva posto
a fondamento della sentenza di condanna, svolta nei motivia d'appello, e deduce
la circolarità delle dichiarazioni accusatorie provenienti dai componenti della
famiglia della vittima, che avevano tutti riferito quanto appreso dalla
medesima fonte, rappresentata da Enea Pietro, di cui la difesa aveva dimostrato
l'inattendibilità. 

Il ricorso lamenta la lettura
incompleta degli atti processuali da parte della sentenza impugnata, basata
esclusivamente sulle dichiarazioni di Enea Pietro, di cui censura la
valutazione frazionata, rilavando che il teste aveva taciuto per vent'anni la
circostanza della chiamata telefonica anonima, di natura minatoria, da lui
ricevuta con l'intimazione di cessare le ricerche sulle cause dell'omicidio del
padre, e di cui era rimasto ignoto l'autore
;

deduce l'assenza di
connessione tra l'omicidio di Enea Vincenzo e quello di D'Agostino Benedetto,
che il collaboratore Gaspare Mutolo aveva ascritto a una diversa causale,
scaturita dalla mancata esecuzione a regola d'arte dei lavori di costruzione
della villa di Spatola Bartolomeo;

censura la motivazione
della sentenza di condanna basata su congetture e moventi inesistenti, privi di
riscontro negli atti processuali,   nonchè il giudizio di affidabilità attribuito
alle dichiarazioni di Enea Pietro, autore di propalazioni deliranti;

rileva che la sentenza
impugnata non aveva precisato quali fossero le interessenze
tra l'imputato e la società B.B.P.,
lamentando il travisamento della
prova sul preteso sconfinamento territoriale (smentito anche documentalmente) nell'edificazione
del complesso turistico Costa Corsara, indicato
come causa della controversia con la vittima alla quale i soci della B.B.P. erano invece estranei, riguardando la lite esclusivamente i
rapporti tra Enea Vincenzo e i proprietari (gli eredi Cardinale) del terreno
confinante col lotto, edificato dall'Enea, interessato dal frazionamento e da
permuta parziale, lite che era stata definita in epoca antecedente il delitto
così da consentire alla vittima di sbloccare la vendita degli appartamenti, come
confermato dal coniuge dell'Enea
.

3. I difensori delle parti
civili costituite hanno depositato memorie con cui hanno chiesto che il ricorso
di Bruno Francesco sia rigettato o dichiarato inammissibile.
CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è
complessivamente infondato e deve essere rigettato, per le ragioni che seguono.

2. Priva di fondamento è,
anzitutto, la censura rivolta dal ricorrente alla sentenza impugnata di essersi
limitata a recepire e riprodurre acriticamente la motivazione della decisione
di primo grado, senza confrontarsi con le doglianze proposte avverso la stessa
dalla difesa dell'imputato nei motivi d'appello e senza rispondere in modo
adeguato alle relative ragioni di gravame. Dal raffronto testuale delle
decisioni di primo e di secondo grado emerge invece che la sentenza d'appello
ha affrontato ed esaminato il nucleo essenziale delle censure dell'appellante,
ed è pervenuta alla conferma dell'affermazione di colpevolezza dell'imputato
sulla scorta di una propria, autonoma, rilettura delle risultanze istruttorie,
che ha valorizzato particolarmente la fonte di prova rappresentata dalle
dichiarazioni testimoniali del figlio della vittima, Enea Pietro, che la
sentenza del GIP aveva utilizzato principalmente come elemento di riscontro
delle propalazioni dei collaboratori di giustizia Mutolo, Onorato e Naimo.
La motivazione della
sentenza gravata, sotto tale profilo, va dunque esente da censura; per scrupolo
argomentativo, deve comunque essere ribadito l'orientamento consolidato di
questa Corte, secondo cui il ricorso da parte del giudice d'appello alla
motivazione per relationem, facente riferimento a quella del provvedimento di
primo grado, deve ritenersi in via di principio consentito, e non produce
alcuna nullità, allorché le argomentazioni del provvedimento richiamato
risultino congrue rispetto alle esigenze giustificative di quello che le
recepisce, e dalla lettura di quest'ultimo emerga che il giudice d'appello ha
preso cognizione delle ragioni sostanziali del provvedimento di riferimento e le
abbia meditate e   ritenute coerenti con la sua decisione (Sez. 6
n. 53420 del 4/11/2014, Rv.   261839; Sez. 6 n. 48428 dell'8/10/2014, Rv.
261248).

In particolare, è stata
ritenuta legittima da questa Corte la motivazione per relationem della sentenza
di secondo grado che recepisca in modo critico e valutativo quella della
sentenza impugnata, limitandosi a ripercorrere e approfondire alcuni aspetti
del complesso probatorio oggetto di contestazione da parte dell'appellante,
omettendo di esaminare quelle doglianze dell'atto di appello che avevano già
trovato risposta esaustiva nella sentenza di primo grado (Sez. 2 n. 19619 del
13/02/2014, Rv. 259929), specie se le censure formulate nell'atto di
impugnazione non contengano elementi di sostanziale novità rispetto a quelle
già condivisibilmente esaminate e disattese dalla sentenza richiamata (Sez. 2
n. 30838 del 19/03/2013, Rv. 257056). L'osservanza di tali principi, ai quali
va data continuità, risulta verificata all'esito della lettura
coordinata delle due sentenze di merito che hanno condannato l'imputato per
l'omicidio di Enea Vincenzo, avendo la sentenza d'appello legittimamente
rivisitato e integrato, mediante una più puntuale valorizzazione della capacità
dimostrativa attribuita alla testimonianza di Enea Pietro, l'impianto
motivazionale della decisione di primo grado, che aveva già esaminato e
vagliato in modo esaustivo l'intero complesso dei dati probatori acquisiti a
carico del Bruno, e rispetto alle cui valutazioni le doglianze proposte nei
motivi d'appello non deducevano elementi di reale novità.

3. Le ulteriori censure
del ricorrente che sono dirette principalmente a criticare la credibilità
soggettiva di Enea Pietro e l'attendibilità intrinseca attribuita dalla
sentenza impugnata alle sue dichiarazioni - con particolare riguardo all'affidabilità del riconoscimento nella persona
dell'imputato di uno dei soggetti presenti a bordo dell'autovettura Fiat 124
che il teste aveva visto ferma in sosta nelle prime ore del mattino
dell'8.06.1982 nelle adiacenze del luogo (il lido balneare "villaggio
bungalow" di Isole delle Femmine) dove, in immediata successione
temporale, era stato consumato l'omicidio del padre, riconoscimento operato
dall'Enea per la prima volta nelle dichiarazioni rese il 9.05.2000
, a
diciotto anni di distanza dal fatto - non si confrontano adeguatamente col dato
testuale per cui la sentenza d'appello ha individuato nel narrato dell'Enea uno
degli elementi, per quanto rilevante, di prova della responsabilità del Bruno,
che si inserisce in un quadro dimostrativo più ampio e convergente, composto
anche dai contenuti delle propalazioni di tre collaboratori di giustizia e
dalle dichiarazioni degli altri familiari della vittima, ulteriormente
convalidato da elementi di riscontro tratti dagli accertamenti investigativi
compiuti dai carabinieri all'epoca del delitto, quadro la cui univoca
concludenza probatoria era già stata argomentata e valorizzata dal GIP nella
sentenza di primo grado. 

La Corte distrettuale ha verificato, con
argomentazioni congrue che si saldano a  quelle
del GIP, l'affidabilità complessiva delle dichiarazioni dei collaboratori di
giustizia Mutolo, Onorato e Naimo, già validata in altri processi, provenienti
da soggetti organicamente inseriti nell'organizzazione mafiosa di "cosa
nostra", con specifico riguardo all'autonomia reciproca delle rispettive
propalazioni de relato (frutto di informazioni e confidenze ricevute in tempi e
contesti diversi, da fonti primarie - quantomeno parzialmente - differenti) e
alla sussistenza del requisito della convergenza del molteplice sul nucleo
essenziale del narrato concernente il coinvolgimento dell'imputato nella
decisione e nell'esecuzione dell'omicidio, le causali del delitto e
l'indicazione dei relativi mandanti negli esponenti
della famiglia mafiosa locale, capeggiata da Riccobono Rosario, alla quale
apparteneva (anche) il Bruno, coi cui illeciti interessi economici la vittima
era entrata in conflitto nell'esercizio della sua attività imprenditoriale.


La sentenza impugnata ha
giustificato con la natura de relato delle informazioni riferite dai
collaboranti le imprecisioni, di (ritenuto) carattere non decisivo, ravvisabili
nelle loro dichiarazioni, e ha dato conto della sostanziale convergenza del
loro racconto con quello di Enea Pietro in ordine alle ragioni fondamentali
dell'omicidio del padre, dovute alla sua attività di impresario edile, e alla
causale "mafiosa" del delitto, in cui l'imputato era coinvolto in
veste di compartecipe del sodalizio criminale capeggiato dal Riccobono e di
soggetto direttamente interessato alle relative attività illecite. La Corte di
merito ha spiegato in termini che non presentano aspetti illogici (e, comunque,
certamente non manifestamente illogici), ma che hanno trovato anzi riscontro in
altre acquisizioni istruttorie, le ragioni della tardività del riconoscimento
dell'imputato - come uno degli occupanti della Fiat 124 ferma sul luogo del
delitto - operato da Enea Pietro solo nell'anno 2000, mentre nelle
dichiarazioni rese ai carabinieri nell'immediatezza del fatto (e che allora non
aveva voluto verbalizzare) il teste non aveva fatto riferimento al Bruno;

sul punto, la sentenza
d'appello ha valorizzato il clima di omertà esistente all'epoca e il timore
suscitato nel figlio della vittima dalle gravi intimidazioni che avevano
preceduto e seguito l'esecuzione dell'omicidio, e che lo avevano anche
personalmente riguardato, inducendo l'Enea a essere reticente con gli
inquirenti per evitare ritorsioni e non mettere in pericolo la propria vita e
quella dei suoi familiari, tanto da determinarsi a lasciare i luoghi e
trasferirsi altrove a seguito delle minacce di morte che aveva ricevuto qualora
non avesse smesso di cercare informazioni sulle ragioni dell'uccisione del
genitore;

il superamento, per
effetto del decorso di un ampio intervallo temporale e del mutato contesto
circostanziale, dell'originario clima di paura giustificato dalla caratura criminale del Bruno (allora latitante e ricercato
per un altro omicidio),
spiega dunque - secondo i giudici di merito - la
tardività della decisione di Enea Pietro di rendere   piena e
completa testimonianza su tutto ciò che aveva effettivamente visto la mattina
dell'omicidio, ivi inclusa la presenza in loco dell'imputato, persona che egli
non avrebbe avuto ragione di accusare falsamente a così tanti anni di distanza
dall'episodio criminoso. 

L'esistenza, all'epoca
dell'omicidio e subito dopo di esso, del clima di omertà e delle condotte
intimidatorie - descritte da Enea Pietro - che avevano riguardato tanto Enea
Vincenzo, che aveva dovuto subire danneggiamenti e incendi nei propri cantieri
prima di essere ucciso, quanto gli stretti congiunti della vittima, ha trovato
riscontro, secondo la conforme ricostruzione delle risultanze probatorie
operata sul punto da entrambe le sentenze di merito, sia nelle indagini di p.g.
allora svolte, sia nelle dichiarazioni testimoniali di altri componenti del
nucleo familiare della vittima, in particolare la moglie Cataldo Giuseppa e la
figlia Enea Maria Teresa, sui contenuti minatori delle telefonate anonime da
esse ricevute nei mesi successivi al delitto, in cui l'ignoto interlocutore le
aveva avvisate che se Enea Pietro avesse continuato a fare domande
sull'omicidio del padre avrebbe fatto la stessa fine del genitore; al riguardo
non sussiste, perciò, la circolarità degli elementi di riscontro lamentata dal
ricorrente, in quanto le circostanze appena indicate sono state riferite dagli
altri congiunti della vittima come frutto di propria scienza diretta, e non per
averle apprese de relato da Enea Pietro, e sono state perciò correttamente
valorizzate dai giudici di merito come elementi di conferma esterna del
racconto di quest'ultimo, che è stato adeguatamente vagliato nella sua
attendibilità intrinseca ed estrinseca.

4. La sentenza impugnata
non è dunque incorsa nei vizi di legittimità lamentati dal ricorrente, e la
condanna dell'imputato non è stata fondata dalla Corte distrettuale su una
lettura parziale e incompleta degli atti processuali, basata esclusivamente
sulle dichiarazioni, in tesi difensiva inaffidabili, di Enea Pietro, senza
fornire risposta ai motivi d'appello. 

La rilettura
delle risultanze istruttorie operata dalla sentenza d'appello non si pone, come
si è detto, in sostanziale contrasto con la motivazione della sentenza di primo
grado, avendo la Corte distrettuale ribadito la capacità dimostrativa delle
propalazioni dei collaboratori di giustizia che erano già state ampiamente
scandagliate e giudicate affidabili dal GIP, ed avendo riconosciuto autonoma
efficacia probatoria alle dichiarazioni testimoniali di Enea Pietro che già il
primo giudice aveva ritenuto attendibili e idonee a riscontrare, insieme agli
altri elementi apportati dalle dichiarazioni dei prossimi congiunti della
vittima e dalle emergenze investigative, le chiamate in reità effettuate a
carico dell'imputato dal Mutolo, dall'Onorato e dal Nainno.
 

Il nucleo
fondante e decisivo della prova della responsabilità dell'imputato  nell'omicidio di Enea Vincenzo è stato
individuato e argomentato da entrambe le sentenze di merito, sia pure con una
diversa accentuazione dell'importanza dell'una rispetto all'altra fonte dimostrativa,
nella convergenza fondamentale delle propalazioni de relato dei collaboratori
di giustizia, da un lato, e delle dichiarazioni testimoniali - frutto di
scienza diretta - del figlio della vittima, dall'altro, e nella capacità dei
rispettivi narrati di riscontrarsi reciprocamente sui dati essenziali della
partecipazione del Bruno al delitto e sulla causale mafiosa (di tipo locale)
dell'omicidio, idonea a spiegare il concorso dell'imputato alla relativa
commissione in qualità di appartenente alla famiglia mafiosa (allora capeggiata
dal Riccobono) i cui interessi illeciti erano entrati in conflitto con le
attività della vittima nel settore dell'edilizia. In relazione a tali elementi
essenziali della ricostruzione probatoria del fatto e della responsabilità
dell'imputato la sentenza impugnata ha esplicitato in modo congruo le ragioni
del proprio convincimento e si è confrontata con le doglianze dell'appellante,
costituenti sostanziale riproposizione degli argomenti difensivi già disattesi
dalla decisione di primo grado, ritenendole infondate sulla scorta di un
percorso motivazionale immune da vizi logico-giuridici, che si salda a quello
del GIP;

la verificata esistenza di
un vaglio complessivamente adeguato della capacità dimostrativa posseduta dagli
elementi portanti della ricostruzione accusatoria nei confronti del Bruno, che
risponde alle censure principali del ricorrente, comporta dunque l'assolvimento
dell'obbligo motivazionale gravante sul giudice di merito (e su quello
d'appello in particolare), il quale - come è stato chiarito con orientamento
costante da questa Corte - non è tenuto a compiere un'analisi approfondita di
tutte le deduzioni delle parti e a prendere in esame dettagliatamente tutte le
risultanze processuali, essendo sufficiente che, anche attraverso una
valutazione globale di quelle deduzioni e risultanze, spieghi, in modo logico e
adeguato, le ragioni del proprio convincimento, dimostrando che ogni fatto
decisivo è stato considerato, così da potersi ritenere implicitamente disattese
le deduzioni difensive che, anche se non espressamente confutate, siano
logicamente incompatibili con la decisione adottata (Sez. 4 n. 26660 del
13/05/2011, Rv. 250900; Sez. 6 n. 20092 del 4/05/2011, Rv. 250105; Sez. 4 n.
1149 del 24/10/2005, Rv. 233187).

L'incensurabilità,
in sede di scrutinio di legittimità, dell'apparato motivazionale della sentenza
d'appello, che discende dalla riscontrata confutazione degli argomenti
costituenti l'ossatura principale dei motivi di gravame dell'imputato, toglie
perciò rilevanza alla doglianza - sulla quale la difesa ha particolarmente
insistito nel ricorso - diretta a censurare l'insufficienza o l'incongruenza
della risposta fornita dalla Corte territoriale alle critiche rivolte nell'atto
di appello all'individuazione, da parte di Enea Pietro, di una delle ragioni di
attrito tra il   padre e il Bruno, precedenti l'omicidio, nello
sconfinamento immobiliare del complesso turistico di proprietà di una società -
la B.B.P. - partecipata (anche) da parenti dell'imputato in danno del lotto
limitrofo edificato da Enea Vincenzo, 

che aveva pregiudicato le
successive operazioni di frazionamento catastale, di permuta e di vendita degli
appartamenti delle palazzine costruite dalla vittima, determinando l'insorgenza
di una lite e il fallimento della sua impresa;

l'accertamento
della reale dinamica della relativa vicenda, di natura civilistica, e del ruolo
del Bruno nella società coinvolta (B.B.P.), riveste infatti un obiettivo ruolo
secondario, e non decisivo, nella ricostruzione complessiva degli elementi di
prova acquisiti e valorizzati dai giudici di merito a carico dell'imputato.
5. Al rigetto
del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese
processuali; l'imputato, soccombente nei confronti delle parti civili, deve
inoltre essere condannato a rifondere alle stesse, i cui difensori sono
comparsi in udienza rassegnando le proprie conclusioni, le spese sostenute nel
presente giudizio, che si liquidano nelle misure rispettive indicate nel
dispositivo.

P.Q.M. Rigetta il ricorso
e condanna
il ricorrente al pagamento
delle spese processuali, nonché a rimborsare le spese sostenute per questo
giudizio dalle parti civili Enea Pietro, che liquida in C 4.059,80, di cui C
59,80 per esborsi ed C 4.000,00 per onorari, oltre spese generali (15%), iva e
cpa, e, cumulativamente, Cataldo Giuseppa, Enea Riccardo, Enea Rosalia, Enea
Maria Teresa, Enea Valerio, Enea Elisa, che liquida in complessivi C 8.000,00,
oltre spese generali (15%), iva e cpa. Così deciso il 6/10/2016


MICALIZZI MICHELE: genero di Riccobono.
MUTOLO GASPARE: elemento di spicco della famiglia di
Rosario Riccobono.
RICCOBONO ROSARIO: rappresentante di
Partanna Mondello nel 1975 e dal 1978. Suo fratello Giuseppe, a sua volta
rappresentante di Partanna-Mondello, venne ucciso il 27.7.1961. Condannato all'ergastolo.
Scomparso, forse vittima di lupara bianca nel 1982. era socio della cooperativa
edilizia Liberta'. Reggeva i contatti con alcuni membri della famiglia
Santapaola a Catania.
BADALAMENTI GAETANO (zu' Tanu)(**): capo
famiglia di Cinisi dal 1962 quando succede, pacificamente, a Cesare Manzella
rappresentante in seno alla commissione. Rappresentante della famiglia di
Cinisi nel 1975, viene espulso da Cosa Nostra nel 1978 per motivi oscuri. E'
attivo nel traffico degli stupefacenti anche dopo questa data, il 22.5.84,
infatti, viene colpito da mandato di cattura. Viene arrestato a Madrid
l'8.4.1984.
BADALAMENTI SILVIO: nipote di Gaetano,
assassinato il 2.6.1983.
BADALAMENTI VITO(**): di Gaetano. Arrestato con il padre
a Madrid l'8.4.84. Imputato per traffico di stupefacenti, mandato di cattura
22.5.84.
ALFANO PIETRO(**): Cugino di Gaetano Badalamenti.
Arrestato con Gaetano Badalamenti a Madrid l'8.4.84. Imputato per traffico di
stupefacenti, mandato di cattura 22.5.84.
D'AGOSTINO EMANUELE: elemento di spicco
della famiglia di S.Maria del Gesu'. Fedelissimo di Bontate, scompare dopo la
morte di quest'ultimo. Coinvolto nel traffico di stupefacenti.
D'AGOSTINO ROSARIO: catturato mentre si
nascondeva con Giuseppe Grado nella villa di questi a Besano. Era il
guardaspalle di quest'ultimo. Traffico di stupefacenti.
D'AGOSTINO ROSARIO: di Ignazio e di Bonanno
Caterina, Palermo ?/6/1946. Detenuto (~).
GALLINA STEFANO: membro della famiglia di Cinisi,
ucciso il 1.10.1981.



























Bruno Francesco, BRUNO GIOVANNI D'AGOSTINO BENEDETTO, BRUNO PIETRO, CARDINALE, CARDINALE RITA BARTOLA, ENEA VINCENZO. ENEA PIETRO. VASSALLO GIUSEPPE. COSTA CORSARA. BBP, GALLINA, LUCIDO, pomiero, UVA, 

giovedì 9 marzo 2017

GENCHI GIOACCHINO IL DIRIGENTE ASSESSORATO TERRITORIO AMBIENTE REGIONE SICILIA SENATO DELLA REPUBBLICA ATTO ISPETTIVO

Legislatura 17 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-03557






Atto n. 3-03557 (con carattere d'urgenza) 









Pubblicato il 8 marzo 2017, nella seduta n. 779









CATALFO , GIARRUSSO , SANTANGELO - Ai Ministri per la semplificazione e la pubblica amministrazione, per gli affari regionali e dell'interno. -




Premesso che, per quanto risulta agli interroganti:
nel 2006, il dottor Gioacchino Genchi, chimico responsabile del servizio 3 "Tutela dall'inquinamento atmosferico" del Dipartimento territorio e ambiente della Regione Siciliana concludeva con atto di diniego alle autorizzazioni alle emissioni in atmosfera l'iter istruttorio sui 4 sistemi previsti dal piano di gestione dei rifiuti della Regione che individuava 4 impianti di incenerimento destinati alla chiusura del ciclo dei rifiuti: a Palermo per la Sicilia occidentale; ad Augusta (Siracusa) per la Sicilia sudorientale; a Paternò (Catania) per la Sicilia nordorientale; a Casteltermini (Agrigento) per la Sicilia sudoccidentale;
l'8 gennaio 2007, con anticipo di ben 14 mesi dalla scadenza del contratto di lavoro, veniva revocato l'incarico al dottor Genchi, per tenerlo, da quel momento e per 6 anni e 4 mesi, unico caso senza precedenti e seguenti nella storia dell'amministrazione della Regione Sicilia, senza incarico dirigenziale e senza alcun carico di lavoro;
il 27 giugno 2007 il presidente della Regione, sentito dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse, imputava al dottor Genchi di avere bloccato la costruzione dei 4 inceneritori;
nello stesso periodo una missiva anonima recapitata a casa di Genchi gli preannunciava che, a causa delle mancate concessioni alle emissioni in atmosfera degli inceneritori, sarebbe andato incontro ad una lunga serie di atti persecutori, in quanto aveva messo in pericolo operazioni di malcostume politico fonti di illecito profitto;
ad aprile 2008 l'attività lavorativa di Genchi per l'anno 2006 veniva valutata con il punteggio di 58,01, che, seppure rientrante nel range di valutazione positiva, gli precludeva l'assegnazione della cosiddetta indennità di risultato;
il 3 aprile 2009 l'assessore della Regione per il territorio e l'ambiente, Giuseppe Sorbello, riferiva alla Giunta regionale, in modo ad avviso degli interroganti non veritiero, che al dottor Genchi era stata attribuita per l'anno 2006 una valutazione negativa e chiedeva l'irrogazione di sanzioni; senza controllare la veridicità delle affermazioni dell'assessore Sorbello e negando persino l'evidenza "aritmetica" che il punteggio della scheda valutativa (58,01 era maggiore di 49 cioè della soglia minima della valutazione negativa), inibiva il dirigente dal ricoprire incarichi equivalenti al precedente per 4 anni, uno in più dei 3 previsti dalla legge; la Giunta, inoltre, convalidava il decreto della revoca dell'incarico del dottor Genchi pur definendolo "viziato da incompetenza";
il 27 luglio 2009, dopo appena 3 mesi dalla delibera, il presidente della Regione, su parere favorevole dell'Ufficio legislativo e legale della Regione e del Consiglio di giustizia amministrativa, accoglieva il ricorso straordinario del dottor Genchi, annullava la revoca del suo incarico e dava mandato al Dipartimento di dare esecutività al provvedimento, cioè di procedere al reintegro del dirigente nelle sue funzioni di responsabile di Servizio;
nessuno dei dirigenti generali avvicendatisi alla direzione del Dipartimento dava, a parere degli interroganti colpevolmente ed omissivamente, esecutività al decreto presidenziale, lasciando Genchi privo di ogni incarico;
a dicembre 2009, una commissione d'indagine del Dipartimento, istituita a seguito di ripetute richieste del dottor Genchi, accertava che la sua valutazione era stata irregolare per la semplice ragione che il procedimento non si era neppure concluso, poiché erano stati preclusi al dirigente l'informazione, la partecipazione ed il contraddittorio;
a marzo 2010, Genchi chiedeva alla Giunta di annullare in autotutela la precedente delibera basata su presupposti non veritieri anche sotto l'aspetto aritmetico, e che gli accertamenti della stessa amministrazione avevano concluso per l'irregolarità della valutazione, oltre al fatto che, soprattutto, il decreto presidenziale aveva annullato in via definitiva la revoca dell'incarico;
a giugno 2010, incurante di ogni evidenza, la Giunta confermava la precedente delibera, cioè confermava il falso del punteggio 58,01 minore di 49, disconosceva l'irregolarità della valutazione accertata dalla stessa amministrazione, confermava la violazione di legge con cui era stata irrogata al dottor Genchi la sanzione di 4 anni non solo illegittima, ma persino eccedente di un anno il limite di 3 anni previsto per legge e, a giudizio degli interroganti incredibilmente, confermava per esistente il decreto di revoca dell'incarico annullato già da 9 mesi dal decreto del presidente della Regione;
a novembre 2010, a seguito di ripetute richieste del dottor Genchi, l'amministrazione instaurava il contraddittorio che avrebbe dovuto effettuare, secondo legge, 2 anni e 9 mesi prima e concludeva che anche nel merito le contestazioni a lui mosse erano erronee ed infondate;
a dicembre 2011 il Tribunale di Palermo, Sezione lavoro, a conferma degli stessi accertamenti, stabiliva che il punteggio della valutazione doveva essere riconsiderato al di sopra della soglia di 70 punti, cioè del limite per conseguire l'indennità di risultato; l'assessorato veniva condannato a pagare al dottor Genchi l'indennità e le spese processuali;
anche dopo la sentenza del Tribunale del lavoro, Genchi non veniva reintegrato nell'incarico e continuava ad essere tenuto senza alcun carico di lavoro, cioè pagato per non lavorare;
il 30 aprile 2013, a giudizio degli interroganti dopo 6 anni e 4 mesi di ostracismo più bieco e di annientamento lavorativo, Genchi tornava ad essere nominato responsabile di servizio, non presso il Dipartimento ambiente che gli si era opposto pervicacemente per tanti anni e fino all'ultimo, ma al Dipartimento attività sanitarie ed osservatorio epidemiologico, e ad occuparsi di "sicurezza alimentare";
il 1° marzo 2014 Genchi andava in quiescenza per raggiunti limiti d'età;
il 18 febbraio 2015 il giudice per l'udienza preliminare del Tribunale di Palermo disponeva il giudizio (il processo è in corso di svolgimento) per gli artefici della valutazione artefatta, cioè i 3 componenti lo staff di valutazione, il dirigente generale pro tempore all'epoca della valutazione e quello in carica nel 2010 alla direzione del Dipartimento territorio e ambiente per il reato previsto e punito dagli artt. 110 e 81 e art. 323, comma 2, del codice penale, per avere abusato del loro ufficio nella procedura di valutazione del dottor Genchi, arrecandogli un danno ingiusto di rilevante gravità, sia per la mancata corresponsione della prevista indennità per il raggiungimento degli obiettivi prefissati sia per la mancata progressione di carriera;
il 19 marzo 2015 Genchi ha chiesto al presidente della Regione di prendere atto che le deliberazioni della Giunta n. 116/2009 e n. 241/2010 erano state adottate sui presupposti falsi e mendaci dell'inesistente valutazione negativa e che esse avevano determinato sanzioni ingiuste e lesive ai suoi danni, persino in violazione dell'art. 40 del contratto collettivo regionale di lavoro della dirigenza; la delibera n. 241/2010, addirittura, aveva convalidato la revoca dell'incarico dirigenziale del 2007, già annullato in via definitiva da 10 mesi con decreto presidenziale del 2009. Pertanto, ha richiesto di procedere, in autotutela, al loro annullamento;
dal 19 marzo 2015 si è assistito a un rimando di competenze tra la segreteria della Giunta, il presidente della Regione e la Giunta stessa, l'assessore per il territorio e l'ambiente, il suo capo di gabinetto ed il dirigente generale del Dipartimento, su chi avrebbe dovuto valutare che il punteggio di 58,01 corrispondesse a valutazione positiva o negativa, cioè se il punteggio di 58,01 fosse maggiore (valutazione positiva) o minore (valutazione negativa) di 49;
come si legge in un estratto sul blog "libera isola delle femmine" del 18 febbraio 2017, il 14 maggio 2015 il dirigente generale del Dipartimento ambiente, incaricato dalla Giunta regionale di procedere alla valutazione aritmetico-amministrativa del 58,01 e 49 concludeva che «È da ritenersi evidente ed indiscutibile l'asserzione che il punteggio di 58 costituisce una valutazione senza demerito, ovvero non negativa, poiché non inferiore a 50 punti»;
il 15 giugno 2015, tuttavia, il presidente della Regione comunicava al dottor Genchi che la Giunta, nella seduta del 7 giugno, in conformità ad un imprecisato parere dell'Avvocatura dello Stato, aveva ritenuto l'inopportunità, in atto, di pronunciarsi al riguardo, non rispettando, quindi, l'indiscutibile asserzione citata e rimettendo in discussione se 58,01 fosse maggiore o minore di 50;
l'11 settembre 2015 il dirigente generale cambiava idea sulla valutazione aritmetica ed evidenziava alla Giunta "l'opportunità di astenersi, al momento, da qualsiasi iniziativa relativa ai provvedimenti finora emessi nei confronti del dr. Genchi";
il 14 settembre 2015 la Giunta recepiva le conclusioni del dirigente generale;
il 17 novembre 2015 il responsabile per la prevenzione della corruzione e per la trasparenza, più volte sollecitato da Genchi ad intervenire sui fatti, comunicava che, dopo approfondita istruttoria, aveva trasmesso gli atti alla Procura della Repubblica di Palermo;
l'11 febbraio 2016 la Corte d'appello del Tribunale di Palermo rigettava il ricorso dell'Assessorato per il territorio e l'ambiente avverso la sentenza del Tribunale del lavoro, confermava le ragioni del dottor Genchi e condannava nuovamente l'amministrazione al pagamento delle spese processuali;
il 7 giugno 2016 la Giunta regionale, senza prendere in considerazione la sentenza della Corte d'appello che, in ogni caso, come quella del Tribunale del lavoro, non attiene alla questione della falsità delle delibere sulla valutazione, bensì se al dottor Genchi spettasse o meno l'indennità di risultato, decideva ancora una volta, su parere dell'Avvocatura dello Stato e prima ancora dell'Ufficio legislativo e legale, di non assumere decisioni;
considerato che:
l'inibizione di anni 4 dal ricoprire incarichi equivalenti a quello revocato è stata inflitta ad avviso degli interroganti in contraddizione con quanto previsto dall'art. 40 del vigente contratto collettivo regionale di lavoro dell'area della dirigenza che prevede che, in casi analoghi, la stessa non debba essere superiore a 3 anni;
a quanto risulta, le schede di valutazione non recano in calce le firme dei dirigenti preposti violando, di fatto, i principi del giusto procedimento, di imparzialità e di trasparenza;
in particolare, "il Fatto Quotidiano" del 7 gennaio 2017 riporta che «La discutibile "sanzione", applicata per la prima volta (e mai più da allora), è stata decisa con una velocità da fare invidia. Titoli professionali, carriera, impegno lavorativo, immagine personale, di colpo tutto azzerato. Discorso chiuso? Affatto, perché nella fretta è sfuggito alla giunta Lombardo un importante dettaglio. Il funzionario, infatti, non aveva riportato alcuna valutazione negativa rispetto all'attività svolta. La soglia minima per "bocciare" un dipendente è fissata a quota 50 punti, mentre a Genchi era stata assegnata una valutazione di 58,01: in pratica mancavano i presupposti legali a supporto dell'incredibile sanzione inibitoria, per il semplice fatto che il dipendente non aveva demeritato neanche nel punteggio che gli era stato assegnato dai suoi superiori. Tutto risolto dunque? Ma neanche per idea. Iniziano gli immancabili ricorsi. Due commissioni di verifica interne danno ragione a Genchi. Lo stesso governatore accoglie il ricorso straordinario e "annulla" la revoca dell'incarico.»;
considerato infine che a parere degli interroganti, quanto evidenziato dimostrerebbe che il dirigente sarebbe stato destinatario di una serie di provvedimenti e condotte vessatorie da parte dei massimi vertici politici della Giunta regionale ed amministrativi del Dipartimento territorio e ambiente succedutisi nel tempo, di cui non si ha memoria di analoghi precedenti, oggettivamente volti ad estrometterlo dalle rilevanti funzioni dirigenziali ricoperte,
si chiede di sapere:
se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti esposti;
se non ritengano necessario attivarsi, per quanto di rispettiva competenza, affinché venga disposto un accertamento al fine di verificare se sussistano condotte discriminatorie nei confronti del dirigente e, in tale ipotesi, siano annullate le delibere di Giunta anche alla luce delle citate pronunce a favore del dottor Genchi e la descritta violazione dell'art. 40 del contratto collettivo regionale di lavoro.
http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede/Attsen/00029066.htm
http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede/Attsen/00029174.htm
http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede/Attsen/00029106.htm
http://liberaisoladellefemmine.blogspot.it/2017/02/cuffaro-genchi-pellerito-e-i-4.html
http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/01/07/sicilia-sullisola-la-matematica-e-relativa-lo-strano-caso-del-dottor-genchi/3299042/


Sicilia, “sull’isola la matematica è relativa: lo strano caso del dottor Genchi”
Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Lino Buscemi

Nella Sicilia dei paradossi può succedere, anche, che si apra, nelle sedi istituzionali della Regione e dintorni, un’ incredibile quanto oziosa disputa, a suon di carte e pareri, attorno ad un singolare dilemma aritmetico. Vero è che nella terra di ArchimedeEmpedocleGorgia e Pirandello, nulla è certo e tutto è relativo, ma con l’aritmetica non si scherza. Non c’è partita. Non si può, avventatamente, andare contro la logica, l’evidenza, l’inoppugnabile. A meno che , sprovvisti di buon senso, pur di fare un torto a qualcuno, si cerca di confondere le acque insinuando dubbi pur di arrecare danni al prossimo. Ne sa qualcosa il dottor Gioacchino Genchi (solo omonimo del noto ex poliziotto ndr), già dirigente chimico della Regione, che da quasi 8 anni impatta contro il muro di gomma, fatto di alchimie numerico-amministrative, di governi e burosauri della Regione che rifiutano di riconoscere – e non siamo su Scherzi a parte- che 58 è un punteggio maggiore di 50. Ma andiamo con ordine. Genchi, inflessibile dirigente , è stato per anni il responsabile dell’Ufficio Tutela dall’inquinamento atmosferico ed ha avuto il gravissimo torto di essersi messo contro l’uso del pet coke come combustibile, contro le aziende che fabbricavano laterizi con i fanghi di risulta industriali, contro i miasmi della distilleria più grande d’Europa e, imperdonabile, di avere stoppato, a quanto sembra, l’affaire miliardario degli inceneritori previsto dal piano rifiuti adottato dalla giunta di Totò Cuffaro, l’ex governatore poi condannato definitivamente per favoreggiamento alla mafia .
Ad aprile del 2009 la giunta presieduta da Raffaele Lombardo – condannato per concorso esterno a Cosa nostra, ma solo in primo grado – infligge a Genchi 4 anni (uno in più del massimo previsto dalla leggi) di inibizione dall’incarico ricoperto per avere riportato una “valutazione negativa” con riferimento all’attività svolta nel 2006 ( l’anno dello stop agli inceneritori). La discutibile “sanzione”, applicata per la prima volta (e mai più da allora), è stata decisa con una velocità da fare invidia. Titoli professionali, carriera, impegno lavorativo, immagine personale, di colpo tutto azzerato. Discorso chiuso? Affatto, perché nella fretta è sfuggito alla giunta Lombardo un importante dettaglio.  Il funzionario, infatti, non aveva riportato alcuna valutazione negativa rispetto all’attività svolta. La soglia minima per “bocciare” un dipendente è fissata a quota 50 punti, mentre a Genchi era stata assegnata una valutazione di 58,01: in pratica mancavano i presupposti legali a supporto dell’ incredibile sanzione inibitoria, per il semplice fatto che il dipendente non aveva demeritato neanche nel punteggio che gli era stato assegnato dai suoi superiori. Tutto risolto dunque? Ma neanche per idea. Iniziano gli immancabili ricorsi. Due commissioni di verifica interne danno ragione a Genchi. Lo stesso governatore accoglie il ricorso straordinario e “annulla” la revoca dell’incarico. Il Tribunale del lavoro condanna l’amministrazione, dopo avere accertato che anche il punteggio (58,01) era artefatto e frutto di contestazioni infondate. La Corte d’appello conferma la condanna (siamo ad oltre 20 mila euro), mentre i 5 artefici della cosiddetta valutazione farlocca finiscono sotto processo (attualmente in corso).
Il lettore penserà: ma con questa mole di vittorie in tribunale, nel frattempo Genchi sarà stato reintegrato. E le delibere false annullate. Ma quando mai. Nel Palazzo “resistono” con il silenzio, perché non sanno che pesci pigliare. Intanto, arriva il governatore Crocetta che, come è noto, in quanto a propositi rivoluzionari non è secondo a nessuno. Genchi gli scrive e chiede, con garbo, di prendere formalmente atto che per aritmetica elementare 58,01 ( già giudicato fasullo) è maggiore di 50 e, dunque, di annullare la delibera che attesta il fatto. Negli uffici presidenziali si interrogano: chi deve attestare se 58,01 è maggiore di 50 ? Inizia quindi un incredibile balletto istituzionale e burocratico. La segreteria della Giunta declina la competenza ( è priva di un matematico?), seguita a ruota dalla giunta di governo. Ma Crocetta – l’ha più volte dimostrato nelle sue ripetute e sussultorie apparizioni televisive da Giletti – è uno che sui problemi “spinosi” è subito disponibile a metterci una croce sopra. Lampo di genio, la croce, anzi il Croce, ce l’ha in Giunta, è il dottor Croce Maurizio, assessore all’Ambiente. Quale migliore occasione d’incaricare costui a sbrogliare la matassa? Per la verità un alto funzionario, ovvero il Dirigente generale dell’Ambiente aveva già formalmente attestato che 58,01,poiché maggiore di 50, corrisponde a valutazione positiva.
Dopo un momento di meditazione, però, anche l’assessore Croce ha avuto una brillante idea: decise, nientemeno, di formulare, non una, ma addirittura due richieste di parere: la prima all’Avvocatura dello Stato e l’altra all’ufficio legislativo della Regione. Vista la rilevanza della questione il nostro avrà pensato che solo i giureconsulti dello Stato e della Regione, sarebbero stati in grado di dipanarla. Che dire? Il sospetto che si voglia “menar il can per l’aia”, è più che legittimo. Ma a che pro? E con quali risultati? Il commissario dell’Anticorruzione, Raffaele Cantone, informato da Genchi, allarga le braccia, riscontra “ gravi carenze “ nella trasparenza degli atti della Regione, ma non ha margini d’intervento perché “la richiesta attiene al raggiungimento di un obiettivo personale” ( sic!). Logico dunque che il dottor Genchi, frattanto, più ostinato di prima, abbia trasferito la vicenda al palazzo di Giustizia, perché, presume, ci sarebbero tutti gli elementi necessari per avviare l’azione penale. Vedremo. Finisce qui, per ora, il pirandelliano racconto che, si è certi, non finirà di riservare altri colpi ad effetto. Ma c’è quanto basta per comprendere, al di là del caso specifico e delle abusate quanto ipocrite frasi di circostanza, che il diritto, le regole e la trasparenza, nei Palazzi del potere e in alcuni uffici della Regione diretti da cortigiani senza scrupoli, somigliano sempre più a fastidiosi ingombri da tenere a bada per non disturbare i manovratori di turno e i loro indicibili interessi.
*di Lino Buscemi



2011 21 DICEMBRE SENTENZA 6455 2011 GIUDICE
DEL LAVORO PAOLA MARINO OPPOSIZIONE DECRETO INGIUNTIVO PAGAMENTO DELLA
RETRIBUZIONE DI RISULTATO ANNO 2006 PROVE SEMPLIFICAZIONE INTRODUZIONE
CONFERENZA SERVZI CON IL VENIR MENO DEL PARE CPTA COME AVVOCATURA DELLO STAT N
54661 27 OTTOBRE 2006 ASSESSORATRO CONDANNATO AL RICONOSCIMENTO INDENNITA DI
RISULTATO A GENCHI GIOACCHINO








GENCHI
2016 SENTENZA APPELLO 178 2016 CRON 678 RGA 2013 CONFERMA SENTENZA CAUSA LAVORO
6455 2011 VALUTAZIONE




ANZA'
2015 SENTENZA 5307 CONDANNATO PER DIFFAMAZIONE A FAVORE DI GENCHI GIOACCHINO PROCEDIMENTO
3392 2008 GIUDICE MARLETTA UDIENZA 2 11 2011








ANZA', CATALFO, GENCHI GIOACCHINO, GIARRUSSO, M5S, Sansone, SANTANGELO, SENATO ATTO ISPETTIVO, TOLOMEO, CROCETTA,LOMBARDO,CUFFARO,LE JENE,PELLERITO,INCENERITORI,ITALCEMENTI,BERTOLINO





GENCHI GIOACCHINO IL DIRIGENTE ASSESSORATO TERRITORIO AMBIENTE REGIONE SICILIA Legislatura 17 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-03557